Com'è nato "Se questo è un uomo"
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segnalato da: Dania, 21 marzo 2002 * "Libri"
Primo
Levi in TV II° e III° - Come è nato "Se questo è un
uomo". Il bisogno di raccontare l'orrore, ma senza
retorica- -Come
è nato il libro?- Il
libro è nato insieme con le cose, cioè, mentre le vivevo
sentivo già allora il bisogno di raccontarle. Anzi, la storia
del sogno, che ho scritta, che non era solo mia, era di tutti,
voleva dire questo, questo sogno ricorrente: di essere davanti
a un tavolo, mangiare
e raccontare, di essere tornati a casa, fare un bagno e
raccontare. Di essere in un altro treno e di raccontare.
Voleva dire il bisogno di scrivere. Io lo provavo con tale
intensità che, già allora, quando mi trovavo in mano un
pezzo di matita, che capitava di rado, scrivevo. -Com'è
nato il libro così...come struttura. Come..come..? Non
è nato. E' venuto fuori da una serie di racconti. E' nato a
rovescia, addirittura, forse si vede. Ho cominciato a scrivere
l'ultimo capitolo, perché era il più urgente, quello che era
più fresco nella memoria. E non avevo né
l'intenzione, neppure la sensazione di scrivere un
libro. Pensavo di mettere giù degli appunti per raccontare più
gente, insomma, non
avevo il piano di scrivere un libro assolutamente. Il piano è
nato poi, a poco per volta, quando ho visto che questi episodi
si potevano disporre cronologicamente, che riproducevano un
lungo racconto, che erano a cronologie, insomma. -Il
libro le è servito!- Il
libro mi è servito molto, mi è servito come scarico.. come..
Il primo movente a scrivere queste cose, questo
bisogno di raccontare, consapevolmente o meno, serviva
proprio a questo. Serviva a mettere fuori queste cose che
stavano dentro, a tirarle fuori, a esorcizzarle,
a renderle innocue. Certamente
a me è servito. Posso dire che, a misura che le scrivevo, mi
sentivo più leggero, mi sentivo diventato più uomo, insomma. I Un
romanzo certamente no. Un documento in parte sì. Direi che è
un documento ripensato, a cose fatte. Un romanzo lo escluderei
senz'altro, anzi: lo escludo. Mi darebbe noia sentirlo
chiamare romanzo, perché un romanzo fa pensare, in primo
luogo a qualcosa d'inventato, in secondo luogo a qualcosa di
romantico. E' strutturato, un romanzo per lo più, dovrebbe
esserlo , perlomeno...Un romanzo è "I Promessi
Sposi": c'è un inizio, c'è uno svolgimento, un mezzo
delle cose, poi c'è una conclusione. Nella normale accezione
del termine è questo e...Ma è curioso che lei chiede a me
queste cose! Io non ci ho mica pensato molto, né scrivendolo,
né dopo e neppure... -Se
lei avesse scritto il libro sei mesi fa, probabilmente non
glielo chiederei. Sono passati 25 anni, quindi...- Si,
ma le sue domande presuppongono un atteggiamento totalmente
cosciente da parte mia nello scriverlo, che non c'era. L'ho
scritto nel modo più ingenuo possibile, questo lo posso dire,
nel modo..come dire..naif, per togliermi di dosso queste cose,
e per accumulare una testimonianza. Due intenti che non sono
molto elaborati, sono molto grezzi, con la doppia menn,
simultaneamente la mentalità del convalescente che racconta
la sua malattia e quella del testimone davanti al tribunale. -Quando
ha cominciato a scrivere qual'era l'impostazione, come
dire..linguistica?- Ho scritto nel modo che mi pareva naturale e scegliendo deliberatamente un linguaggio che non fosse troppo sonoro. Mi pareva che i fatti che dovevo raccontare contenessero in sé una forza sufficiente per sopportare uno stile medio, in modo che lo stile della scrittura, il suono delle parole, non soprafacesse mai il contenuto. Era una scelta non consapevole, come dicevo, più che altro istintiva, dovuta anche alla sperimentazione che avevo fatto raccontando. Avevo visto che era meglio lasciare che le cose raccontassero se stesse. Cioè un costante timore di andare nel retorico. Mi pareva che fosse del tutto superfluo, anzi negativo, fosse nocivo, fare della retorica. Non c'era proprio bisogno. Non c'era bisogno di sottolineare l'orrore. L'orrore c'era. C'era nelle cose che raccontavo. Non occorreva scrivere: questo è orribile! |