QUANDO GLI ALBANESI ERAVAMO NOI
stampa - torna - chiudi... |
|
da: S. GUGLIELMI, 9 febbraio 2003 * "Libri"
L'ORDA - QUANDO GLI
ALBANESI ERAVAMO NOI Uscito lo scorso ottobre, da allora il libro di Gian Antonio Stella mantiene i primi posti nella classifica del settore saggistica ed è oggetto di dibattiti in tavole rotonde in Italia e fuori. Proprio ieri mi è arrivato l’invito per il prossimo 1 febbraio a Zurigo, dove sul tema “L’emigrazione italiana: generazioni a confronto” prenderanno la parola l’Autore, lo storico Luciano Trincia e lo scrittore Leonardo Zanier. La televisione svizzera di lingua italiana trasmetterà il dibattito. Stella dimostra, con la documentazione citata, di essersi preparato a lungo su questo argomento, anche se, come dirò più avanti, la sua è stata una scelta parziale delle fonti e mi viene da dire volutamente parziale. La gestazione del libro e le intenzioni del giornalista si potevano già intravvedere in diversi servizi pubblicati sul Corriere delle Sera lo scorso anno; un articolo aveva come titolo “Quando gli albanesi eravamo noi”, usato ora come sottotitolo del volume. Presentava allora lo studio di Ulderico Bernardi, Addio Patria – Emigranti dal Nord Est, e ogni parola evidenzia il fatto che Stella non tollera certa gente nostrana. La dedica è proprio per “quelli che oggi scherzano oscenamente con la xenofobia dimenticando che, una volta, gli albanesi eravamo noi”. Ha nel mirino in particolare quel Triveneto, oggi ricco, che ha dato un sesto dei 27 milioni di italiani che sono emigrati. Scriveva allora: “Erano i nonni dei milionari di oggi. Di quei produttori del mitico Nordest che oggi vantano un ottavo delle imprese di capitale, un settimo della ricchezza nazionale, un sesto degli sportelli bancari e delle imprese manifatturiere, un quinto dell’export. Il Nordest di quei distretti cresciuti fino a diventare dei colossi internazionali, delle nuove ‘famiglie reali’ come i Benetton e i Del Vecchio, della disoccupazione zero, delle province come Vicenza che esportano quanto Grecia e Portogallo, dei nuovi ricchi che, per dirla con Massimo Donadon, lo spiritoso re della derattizzazione mondiale, < ’i corre come mati co la Ferrari spaventando le galine>”. Ho voluto introdurmi con questa citazione di un precedente articolo, perché mi sembra aiuti subito a precisare il punto di vista da cui Stella parte: è in atto un tentativo da parte di una certa Italia di rimuovere diversi capitoli della nostra storia di ieri, perché un simile annebbiamento della memoria ci permette di assumere oggi, verso chi arriva da noi, un atteggiamento simile a quello subito dagli emigrati italiani di ieri, senza provare i morsi della coscienza. E questa è la prima annotazione che farei al libro di Stella: è un libro a tesi; vuol dimostrare certe cose e va a prendere la documentazione che gli serve. E’ parziale in questo? Certamente, nel senso che si schiera da una parte. Non è obiettivo? Direi di no: i fatti citati sono tutti veri, anche se da soli non sono la storia della nostra emigrazione; sono un capitolo, nemmeno il più importante, ma innegabilmente vero. Lo ripeto: non è tutta la storia della nostra emigrazione, ma la nostra emigrazione ha vissuto anche questa storia, o queste storie, se preferite. I commenti Che la tesi di Stella sia chiara si può dedurre
anche dalle reazioni. Ne cito una significativa, arrivata per e-mail il 21 novembre scorso e pubblicata poi su Oltreconfine.
Bruno Zoratto scrive: “(Stella) elencando alcuni aspetti
criminali che hanno accompagnato una minimissima parte di italiani che
hanno dovuto emigrare, tenta di confonderli con la seria storiografia
della nostra emigrazione, che ha scritto pagine di progresso e civiltà
in ogni contrada del mondo. L’autore, generalizzando abbondantemente,
ignora totalmente la forza di volontà che ha determinato quel riscatto
eccezionale che milioni di nostri connazionali hanno dimostrato di
possedere, non ostante le avversità, pagate a volte con il sangue, come
nella miniera maledetta di Martinelle. Un miscuglio innaturale
- quello di Stella – di vicissitudini criminali, diverse fra
loro ma comuni a tutti i popoli e a tutte le etnie, che non fanno
storia, perché sono sempre monopolio di una ristrettissima minoranza,
ma che hanno l’evidente scopo di contribuire ad affermare ai
superficiali che, quando gli ‘albanesi’ eravamo ‘noi’, gli altri
si comportavano nello stesso modo con cui oggi una parte di opinione
pubblica italiana giudica l’immigrazione clandestina e l’invasione
dei “vu cumprà” nelle vie centrali delle città del nostro Paese.
Quindi, secondo Stella, ricordare queste ‘pagine nere’ della
emigrazione italiana ci obbliga a modificare tale giudizio, che secondo
noi non è un fatto legato alla intolleranza, come gli crede, ma alla
esigenza di legalità…Una posizione volutamente ipocrita…Scrivere la
storia degli italiani scorrendo i casellari giudiziari dei Paesi di
forte emigrazione non è né culturalmente, né scientificamente giusto
e obiettivo, ma è fuorviante…”. Zoratto coglie nel segno quando individua l’obiettivo di Stella; l’avevo già precisato anch’io, parlando appunto di “un libro a tesi”. Zoratto sbaglia quando qualifica il libro come “né culturalmente, né scientificamente giusto e obiettivo”, perché Stella non inventa niente. Zoratto fa un discorso politico, cioè di parte o di partito, quando mette le mani avanti per affermare che non è intolleranza l’atteggiamento di una parte di italiani oggi verso gli immigrati. Ha il diritto di dirlo, ma ha sapore di excusatio non petita, con quel che segue, ma si tradisce quando parla di “invasione dei vu cumprà”: il vocabolario in questi casi è rivelatore di un’ideologia. E’ fuori dubbio che si poteva scrivere un altro libro, come tanti ne sono già stati scritti, sulle glorie e gli eroismi della nostra emigrazione, ma sarebbe un “altro” libro, non quello che Stella voleva scrivere. E ancora: Zoratto può lamentarsi giustamente perché il volto dell’emigrazione italiana non è quello che emerge dai casellari giudiziari, ma la storia delle angherie subite e dei pregiudizi di ogni genere non è un fatto marginale per la nostra emigrazione e lui dovrebbe sapere, vivendo all’estero, come certi stereotipi resistano nel tempo e diventino classificazioni di comodo, segno di disinformazione e pigrizia mentale certamente, ma squalificanti per chi le subisce. Sul Corriere degli Italiani (22 gennaio 2003), il settimanale delle missioni italiane di Svizzera, Graziano Tassello presenta i suoi interrogativi, che riassumo così:
Faccio miei i primi tre punti; sull’ultimo insisterei nel dire che il libro di Stella voleva essere una provocazione, un pugno allo stomaco e al cervello di una certa Italia; per questo ci voleva una selezione, una “incompletezza” di argomenti. I contenuti Bisognava cominciare da qui, secondo logica, ma ho preferito rimandare alla fine l’accenno al contenuto dei quindici capitoli e delle due appendici quasi come un invito a leggere questo libro che, nell’intento dell’Autore, collega emigrati italiani di ieri e immigrati di oggi a casa nostra. Commenta Stella: “tra noi e loro la differenza è solo temporale”. Si comincia con la storia dei linciaggi, degli incubi, delle xenofobie e le leggi restrittive dall’America all’Australia: stereotipi che hanno nutrito tutta una letteratura sul degrado “igienico, sanitario, morale” dei nostri. E’ letteratura la citazione di Erik Amfitheatrof ne I figli di Colombo: “in un solo isolato di caseggiato, che totalizzava 132 stanze, vivevano 1324 italiani”, letteratura che ha fatto scuola. Altro capitolo: il
traffico di bambini, venduti dai genitori e comprati, ad esempio, dai
vetrai francesi. Luigi Einaudi racconta che i missionari bonomelliani
abbiano liberato “80 piccoli martiri”. Una pagina di vergogna:
la tratta delle bianche, ieri come oggi ingannate. Su la Nuova Antologia
Paulucci de Calboli nel
1902 parla “ delle nostre giovani artiste reclutate e speditevi (in
Egitto e Turchia) quasi pacco postale da Napoli e da altri porti
italiani…Non è certo l’arte che darà loro da vivere”. Altri temi: “quando erano i nostri anarchici a terrorizzare il mondo”; “i nostri clandestini: via in massa oltre le Alpi e gli oceani”; “l’italiano di Holliwood: gangster, gangster, gangster”. Non cambia la musica
quando si sfogliano i giornali di allora. Sul New York Times del
14.5.1909: “Si suppone che l’italiano sia un grande criminale.
E’ un grande criminale”. Passiamo
all’Australia, 1890: su l’Australian Workman: “Sono briganti,
lazzaroni, fannulloni,corrotti nell’anima e nel corpo. (…) i nostri
capitalisti non ricaveranno beneficio alcuno dall’importazione di
queste locuste”. Un’indagine dell’Italic
Studies Institut di New York fatta
nel 2000 ha preso in esame 1057 pellicole girate dopo il 1928, cioè
dopo l’avvento del sonoro, nelle quali ha qualche parte un italiano. I
film che danno di noi un’immagine positiva sono 287 (27%), negativa
770 (73%). Un’altra indagine conferma: su 450 film incentrati si
italiani o italo-americani a partire dal 1930, gli stereotipi yankee nei
nostri riguardi toccano l’88%. E tralascio quanto si disse e scrisse
sulla religiosità degli italiani, “cattolici, sozzi, creduloni”. Storie di ieri, storie di oggi, storie di sempre: storie di emigrazione, ovunque marcate a fuoco da queste stigmate di degrado, di pregiudizio, di disprezzo. Il libro di Stella vuole ricordarci questo e, pur coi suoi limiti, ha questo merito in un’Italia dalla memoria corta. Veglieonline: consiglia altri libri interessanti da leggere |