EMIGRAZIONE INTERNA
Dania *
13 maggio 2005 *
(liberi pensieri)
Emigrazione interna E' ripresa la fuga verso il Nord, dice Giovanni Caputo, nel suo intervento del 20 aprile scorso, esortando i nuovi Amministratori di Veglie a prenderne coscienza. Non sono insensibile alle problematiche giovanili, tantomeno al problema della disoccupazione dei giovani del Sud, infatti non è la prima volta che intervengo sull'argomento, (vedi p.e. "Un mucchio di soldi" del 21.11.04) ma stavolta i pensieri di Giovanni Caputo, collegati ai dati ISTAT ed agli articoli apparsi su la Repubblica - che non rinnego né respingo - mi hanno condotta a meditare, non tanto sulle tabelle degli istituti di ricerca, quanto su quello che, molto semplicemente, ho potuto toccare con mano. Com'è che ci risiamo? Com'è che è ripresa l'emigrazione interna dal Sud verso il Nord? Com'è che, nonostante i tanti cambiamenti sociali siamo ritornati punto e a capo? Che cosa non ha funzionato al Sud? Ho sfogliato con grande attenzione il bell'album fotografico "COMPAGNI DI SCUOLA" di recente pubblicazione, edito dagli Amici della Fotografia e curato da Enzo De Benedittis, scrutando le date e ogni particolare delle immagini, per poter evidenziare quali differenze potessero esistere, negli anni cinquanta, tra la situazione socio-economica della popolazione scolastica di Veglie e quella della popolazione di un triangolo rurale del Veneto, dal quale provengo. Dall'abbigliamento non emergono differenze, le calzature dei vegliesi, semmai, ottengono un voto a vantaggio, visto che scarpe e sandali fanno bella mostra al posto degli zoccoli, meglio conosciuti nel Veneto. I banchi di scuola sono tali e quali. La lavagna con le crepe e la porta rotta forse potrebbero dire qualcosa, ma non tanto, se si pensa che nella scuola veneta, per riscaldare l'ambiente ognuno doveva portarsi da casa un ciocco da ardere… Nel "mio" Veneto, la povertà era così estesa da poterla definire appannaggio di tutti quanti: le famiglie dei privilegiati erano veramente poche e venivano guardate con grande rispetto, perché da loro dipendevano sia i contadini che lavoravano la terra in mezzadria, che i braccianti stagionali. Negli anni cinquanta, mentre nel Veneto il gravoso lavoro nei campi o nel facchinaggio non garantiva il pane per tutta la famiglia, dalla Lombardia e dal Piemonte, regioni industrializzate, giungeva forte il richiamo di un nuovo sistema per una vita migliore. Molti lo ascoltarono, partendo, non tanto alla ricerca di fortuna, quanto di un lavoro che garantisse la sussistenza. Molti di questi emigrati fissarono dimora nei luoghi di arrivo, facendosi raggiungere dalla famiglia in un secondo tempo. Al Sud dovrebbero essersi verificate le medesime condizioni, visto che nelle periferie delle città e dei paesi industrializzati si sono visti sorgere numerosi agglomerati urbani (spesso definiti "Corea", per il fondersi di uguali povertà e diverse culture) i cui abitanti erano tutti immigrati Veneti e Meridionali, famiglie per lo più, che per via del lavoro e dell'iscrizione dei figli a scuola, finirono con l'ambientarsi ed integrarsi nella vita del posto. Veneti e meridionali: fin qui destini accomunati. Oggi il Veneto s'è fatto ricco e può garantire un elevato tasso di occupazione (così elevato da estendersi anche ai giovani, invogliandoli a guadagnare bene e subito, a scapito della frequentazione scolastica superiore), mentre il Sud accusa una tal carenza di posti di lavoro, da indurre tanti giovani ad emigrare verso il Nord, giustappunto come negli anni cinquanta. Cosa può aver fatto la differenza? Forse la mancanza d'ingegno dei meridionali? Lo escludo, perché chi si è trasferito al Nord, se non se l'è sentita di lavorare in fabbrica, s'è inventato attività in proprio, vuoi nel mondo delle ristrutturazioni, vuoi nel mondo del commercio ambulante o fisso, oppure nel mondo della consumazione e della ristorazione, ecc. Che cosa, allora? Ci sono stati Veneti che in Piemonte hanno imparato a costruire bare: una volta tornati a casa, mettendo a profitto le conoscenze acquisite sulla lavorazione del legname, hanno aperto una bottega artigianale di minime dimensioni; lavorando con impegno e costanza, anche a credito, si sono ingranditi pian piano, fino a divenire proprietari di una moderna falegnameria. Altri, avendo imparato ad assemblare lampadari, una volta tornati a casa hanno iniziato con l'assumere lavoro a domicilio: pian piano si sono trovati proprietari di una fabbrica di articoli per l'illuminazione. Vi sono stati autisti che, acquistando uno sgangherato camion, sono divenuti padroncini e via via, si sono trovati con un'azienda di trasporti nazionali prima e internazionali dopo. Nel mondo dell'abbigliamento, tanti hanno iniziato col lavoro a domicilio, per ritrovarsi, commessa dopo commessa, con una fabbrica di confezioni in tessuto o in maglieria. In zona balneare, moltissimi hanno iniziato col sacrificarsi a vivere in monolocali per tener libera una stanza da affittare ai villeggianti: si sono ritrovati poi con belle pensioni o pizzerie da gestire in proprio nel periodo estivo. Vi è stato un incredibile pullulare di botteghe, fabbriche e fabbrichette, dalle attività più disparate. Ecco: coloro che si sono fatti le ossa fuori, sono tornati a casa, non per offrire le competenze acquisite, ma per metterle in pratica "in proprio", partendo dal poco, investendo i propri risparmi e quelli dei parenti che hanno dato loro fiducia, nell'acquisto di macchinari di seconda mano, rischiando in prima persona. Si sono rimboccati le maniche ed hanno lavorato alacremente, con la gioia derivata dalla consapevolezza che lo facevano per se stessi e che la loro fatica prima o poi sarebbe stata remunerata. Dopo, solo dopo e pian piano, hanno potuto ingrandirsi ed assumere personale dipendente. Non hanno aspettato che fossero i politici ad andare loro incontro, ma hanno messo in moto, artigianalmente, quel motore che ha costretto i politici a seguirli! Sì, li hanno "costretti" a seguirli! Non hanno aspettato il sostegno dello Stato: quello s'è sì fatto vivo, ma dopo, quando dal profitto dei nuovi imprenditori ha intravisto la possibilità di riscuotere le tasse! Più lavoro, più profitti, più tasse: allora sì che la ruota ha cominciato a girare. Allora sì che è stato necessario attivarsi per creare regole contro il lavoro sommerso e per garantire assunzioni di personale in regola, secondo i contratti di categoria. Allora sì che sono sorte le casse delle varie associazioni; allora sì che le banche, hanno iniziato a proporre mutui e prestiti agevolati! Al Sud, forse non vi è stata la spinta necessaria per far ribaltare la situazione; forse si sta ancora ad aspettare che siano i politici a creare le condizioni favorevoli. E i politici, forse, stanno ancora aspettando che lo Stato arrivi ad offrire sussistenza. (Forse a Veglie, il nuovo Sindaco dovrebbe confrontare la sua risposta sulle tasse comunali, pronunciata nel corso del dibattito promosso da Controvoci, con quella del Signor Antonio Greco). Oppure, si sono verificate quelle tremende condizioni di cui tanto parlano i media, per cui coloro che sono ritornati a casa pieni di nostalgia e con tanta buona volontà di porre a profitto le proprie conoscenze, si sono visti sommergere da richieste irregolari, e quindi costretti a chiudere prima ancora di aver potuto assaporare la gioia dell'imprenditoria? L'interrogativo resta sempre forte: " Perché da due identiche situazioni di povertà non vi sono stati identici sviluppi?" I nuovi emigrati meridionali, dice Caputo, sono giovani con livelli d'istruzione elevati, costretti a cercar fuori quel lavoro che a casa non esiste. Il Veneto, per quanto industrializzato e nonostante la sua ricchezza, sta all'undicesimo posto in graduatoria della qualità regionale dello sviluppo, stilata su vari parametri, a causa della bassa scolarità superiore. Due problemi non indifferenti. Fosse possibile far emigrare il lavoro, anziché le persone, non si renderebbe più vivibile la vita da entrambe le parti? dania .
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