IL MILITE IGNOTO
N. Gennachi
* 18 giugno 2005 *
(cultura)* Caratteri grandi-medi-normali *
Accessibilità
Qualche giorno fa, insieme a Gianpiero Leo,
sfogliando alcune foto a bianco e nero, fui particolarmente attratto da questa.
La osservavo attentamente mentre un turbinio di domande e di emozioni nasceva
dentro di me.
Nei giorni successivi, ritornandomi alla mente la singolarità della scena, con
una certa insistenza, decisi di riprendere il discorso in modo più approfondito.
Quelle immagini mi risvegliavano qualcosa di forte.
QUALI SENSAZIONI?
La bocca aperta e distorta da un evento doloroso, la testa ruotata all’indietro
con forza come a cercare di comprendere l’insolito e improvviso evento,
l’atteggiamento di chi intende istintivamente schivare un pericolo, sembrano
essere segni di un arcano terrore che schiaccia inesorabilmente una delle
figure, l’uomo sin dai tempi antichi. Questo, nel tentativo di cercare scampo
tra le braccia di un’altra figura , dà la sensazione di trovarsi di fronte ad un
muro di dolore, non c’è possibilità di fuga: assalito alle spalle da un evento
terrorizzante, non può fuggire perché bloccato da una barriera di umano dolore.
E’ la certezza dell’angosciosa “fine”, è disperazione di un viaggio senza
ritorno, verso l’ignoto, inteso come momento della massima espressione del
dolore umano.
La terza figura, con un viso impietrito, poco espressivo, incapace di esprimere
il suo intenso coinvolgimento emotivo, spettatore impotente del dramma umano che
si sta svolgendo nella sua vita, accenna un freddo, insensato quanto formale e
inutile gesto di protezione.
Il dolore del momento finale e il dolore dell’impotenza umana farebbero pensare
alla disperazione, all’inutilità della vita, alla rinuncia silenziosa di essa,
cinica generatrice di un inutile dolore.
Ma su tutte, una quarta figura, la Speranza! sembra accennare ad una
accettazione del mistero del dolore. Una figura che riesce a mitigare quanto
viene espresso dalle altre figure. Nasce la speranza che quel dolore sia
raccolto da qualcuno, nasce la speranza che non c’è solo sofferenza, anche se
questa sembra essere l’aspetto più manifesto della vita.
Una figura la cui plasticità espressiva delle braccia contrasta con
l’inespressività del volto dell’altra donna. Il viso più rilassato, più
fiducioso sembra guardare verso una realtà che rassicura, che fa sperare. Vola
su tutto e con un gesto di amoroso abbraccio sembra mitigare o, meglio,
sublimare in un ponte di speranza quel dolore che appariva insensato, ignoto,
disperato, inesorabile.
Solo parole? No, sono sensazioni; sono emozioni che nascono dall’osservazione di
queste figure.
C’è arte in questo lavoro! C’è la capacità di comunicare in modo diretto col
profondo della nostra anima attraverso quello strumento che l’arte figurativa.
E’ così anche per altri lettori?
Nicola Gennachi