14 MAGGIO 2006, FESTA DELLA MAMMA
Dania
* 14 maggio 2006 *
(pensieri)*
Caratteri grandi-medi-normali *
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14
maggio 2006, festa della mamma
Che meravigliosa avventura, la maternità! Apro il cassetto dei
ricordi e mi lascio inondare di tenerezza… Alle tante
dichiarazioni d’affetto che i figli, quand’erano piccoli,
m’hanno espresso con disegni e innocenti dediche,
potrei oggi rispondere così:
…Ti ho amato figlio/a, fin dal primo istante in cui ho avuto la
consapevolezza della tua silenziosa e immobile presenza dentro di
me, e tu hai corrisposto il mio sentimento, regalandomi meravigliose
sensazioni mai provate diversamente, salite all’eccelso quando
hai deciso di “farti sentire” autonomamente con un fulmineo
primo movimento.
Quante cose ti ho detto, certa di essere ascoltata, in quei nove mesi
in cui ti formavi dentro di me, e quante risate, quando scalciavi e io
dicevo a tuo padre “guarda, guarda”, “senti,
senti” e tu decidevi allora di restare immobile, come si
trattasse di un gioco che ci rendeva complici.
Quando è stata l’ora hai deciso di staccarti da me, per
venire da me, piccolo essere inerme. Un vagito ha sottolineato
l’intensa commozione, l’incanto dell’ avvenuto
miracolo… Mani esperte ti hanno accolto/a e posto/a tra le mie
braccia: sei stato/a il regalo più prezioso che potesse
presentarmi la vita. Mi è bastato osservarti: un attimo dopo
avrei saputo riconoscerti tra mille… Figlio/a mio/a, sei
venuto da me, tua madre, per lasciarti accarezzare, cullare, nutrire.
Ti sei affidato/a a me, perché ti amassi e ti conducessi per le
strade del mondo…
In queste parole - che sono mie - ma che potrebbero essere pronunciate
da qualsiasi madre del mondo, non vi è del patetico né
della retorica: contengono solo la testimonianza di momenti
“naturalmente” vissuti e di sentimenti veri che non
sbiadiscono col passare del tempo, ma che restano dentro intatti,
tant’è che evocarli equivale a riviverli con
l’originale intensità!
Una madre, un figlio. Tra loro un legame affettivo speciale, che
non si estingue con il taglio del cordone ombelicale, semmai si
completa, per continuare, immutato, per tutto il corso della vita.
Eppure, come un uragano, a volte qualcosa si abbatte sulla debolezza
umana per stravolgere ogni cosa. Per sovvertire la natura stessa.
L’amore, la tenerezza e persino l’indifferenza scompaiono,
per lasciare il posto a qualcosa di mostruoso, che farà
sì che l’inerme creatura, nell’affacciarsi
alla vita trovi ad accoglierla, anziché due braccia affettuose,
un sacchetto di plastica e poi un gelido cassonetto
dell’immondizia.
Come può accadere che una madre butti proprio via, come cosa
inutile, scomoda e immonda, quella creatura che ha sentito muoversi e
crescere dentro di sé per nove mesi? Non è comprensibile.
Non è spiegabile. E’una tragedia contro natura.
Tante mamme per malattia, miseria, incapacità mentale o per
mille altre motivazioni, sono state costrette a compiere il doloroso
distacco dalla propria creatura, accettando che fosse data in adozione.
A loro deve andare tutto il nostro rispetto.
Altre, non sapendo cosa fare o a chi rivolgersi, dopo averlo coperto e
ristorato, hanno abbandonato il figlio in un luogo dove qualcuno
avrebbe potuto vederlo e soccorrerlo.
In questi casi è possibile intravvedere stati di disperazione,
di solitudine estrema, di fragilità umana, tutte condizioni che
suscitano in ognuno di noi - per
l’incapacità di saper prevedere le necessità
e di donare aiuto a chi è nel bisogno - esami di
coscienza, piuttosto che atti di accusa.
La scelta del cassonetto, invece, non è catalogabile. Non ha
scusanti. Non ha attenuanti. E’ un enorme punto di domanda che
incombe sulle nostre teste: chi siamo o cosa siamo diventati? Se
possiamo fare questo, che altro non potremmo compiere?
E un altro increscioso interrogativo è impellente: per fare un
figlio bisogna essere in due. Dove sono gli uomini, quelli che sanno
corteggiare tanto fino ad ottenere lo scopo? Dove sono i compagni che,
dopo l’amore, dovrebbero condividere anche le
responsabilità? Dove sono i papà di queste piccole,
disgraziate creature? Nessuno risponde mai all’appello.
Forse è da ricercarsi proprio là, nella disillusione, nel
crudele defilarsi della persona amata proprio nel momento in cui il suo
appoggio è indispensabile, la principale causa dello
scombussolamento totale della ragione e, con questa, delle più
naturali regole della vita.
Sarà tremendo, per le donne che hanno barattato la gioia della
maternità con la tragedia, aprire i cassetti dei ricordi. A noi
madri felici, che non riusciremo mai a comprendere come questo possa
essere accaduto, spetta il dovere dell’umana pietà.
AUGURI A TUTTE LE MAMME!
dania