vicina ai familiari di luigi pulli, rodolfo patera e raffaele arnesano

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da: Dania, dicembre 2003 * "Liberi Pensieri"

 

Vicina ai  familiari di Luigi Pulli; Rodolfo Patera e Raffaele Arnesano.

Grande è il mio amore per la conoscenza e altrettanto il mio rispetto per gli uomini di cultura, legislatori, politici e non, soprattutto per quelli che sanno rendere il loro sapere tanto più profondo, quanto più elementare, in modo che sia comprensibile a tutti e al servizio di tutti. Ma stavolta dovranno lavorare molto per farmi accettare il concetto che un'aggravante possa trasformarsi in un'attenuante;  che la negazione di un'aggravante ad un reo confesso, condannato per pluriomicidio, possa determinare un diverso e inferiore  diritto di risarcimento per i  familiari delle vittime. E dubito che ci riusciranno! Sarà indice di chiusura mentale?

Amo leggere e tenermi informata, ma questo non mi rende diversa da quella che sono, cioè una donna di casa, alle prese coi problemi di tutti i giorni, che vanno dalle faccende domestiche al bilancio familiare, all'educazione dei figli e all'attenzione che nulla venga a mancare a nessuno.

Una famiglia, la mia, basata sul lavoro onesto, sul rispetto delle persone, sulla collaborazione tra i membri che la compongono, e, non ultimo, sull'orgoglio di badare a se stessi e di non pesare sulla società. Una famiglia come tante altre, sorta come quella di Raffaele Arnesano e maturata come quelle di Luigi Pulli e Rodolfo Patera. Una vita tranquilla, senza grandi pretese, ma dignitosa.

Che ne so di SCU, di mafia, di fondo per le vittime del terrorismo, di fondo di rotazione per le vittime di mafia, di percentuali del 20 o del 90 per cento assegnate o congelate? Nulla, se non quello che dicono i bravi e competenti giornalisti sui loro numerosi articoli.

Ma conosco molto bene i problemi e le difficoltà della famiglia; il gravoso impegno  dei genitori, madre e padre insieme, per crescere in benessere i figli, nonché la necessità di seguirli costantemente, per renderli cittadini  responsabili e  rispettosi delle regole del vivere civile.

Una donna come me soffre quando accadono fatti come quelli avvenuti il 6 dicembre 1999 sulla Copertino-San Donato, e vorrebbe non appartenere al genere umano quando sente di quali azioni possano essere capaci gli uomini.

Ma sa anche indignarsi - e vorrebbe gridare al mondo quanto - quando legge articoli come quelli apparsi in questi giorni  sui quotidiani, sull'evolversi delle vicende giudiziarie  legate alla strage della Grottella.

"Il Viminale nega la condizione di vittime della Mafia". Va bene, venga pure negata 'sta condizione. Ci metta lo Stato l'etichetta che vuole, ma risarcisca vedove e orfani, non cerchi cavilli per sottrarsi al suo dovere. E risarcisca al massimo, senza  tirare allo sconto! Vittima di mafia, vittima del terrorismo o vittima della delinquenza comune, che differenza fa? Un lavoratore, cittadino onesto,  cambia di valore a seconda della mano assassina? E lo Stato, se non sa difendere i propri figli, aumenta o diminuisce la sua responsabilità a seconda  dell'appartenenza del gruppo malavitoso che ha premeditato freddamente l'agguato e crudelmente assassinato?

Certo, in tanti hanno cercato di spiegare il perché  e l'iter burocratico. Ma la realtà sta nel fatto che degli onesti padri di famiglia, sani e forti, sono stati privati della vita, sono stati crudelmente sottratti alle mogli e ai loro figli, creando un vuoto incolmabile, anche nelle famiglie di origine.

La realtà sta nel fatto che, oltre alla loro presenza fisica, alle famiglie è venuto a mancare il sostentamento, è venuto a mancare l'appoggio morale, che dona sicurezza. La realtà sta nel fatto che la vita delle famiglie delle vittime, decedute o ferite gravemente,  è stata stravolta. Che per loro, più nulla potrà essere come prima!

Da quel tremendo giorno, le vedove, nelle notte angosciose, popolate da incubi, non si sono  più trovate accanto la mano forte dei loro mariti. Le madri hanno dovuto sdoppiarsi per assumere su di sé anche il ruolo di padri. I figli maggiori hanno dovuto ingoiare le lacrime,  crescere in fretta  e mostrarsi forti per assumersi responsabilità verso le madri e verso i fratelli. I più  piccoli hanno dovuto farsi carico  di oneri più grandi di loro.

E tutti quanti sono stati costretti a rinunciare anche a cose di ordinaria amministrazione. Quante volte si saranno sentiti dire o rispondere: non possiamo più contare su papà… abbi pazienza… aspetta il mese prossimo…aspetta che…ora non ce lo possiamo permettere…arriverà il lavoro promesso…arriverà il risarcimento…lo Stato non ci può dimenticare...

"Noi siamo in una botte di acciaio", dice l'avvocato della famiglia Pulli, perché Luigi è  morto schiacciato dal mezzo dei malviventi… No, Luigi è in una bara, come Rodolfo e come Raffaele. Non può far differenza, in un attacco armato di tale portata, se la morte sia arrivata per proiettile, o per impatto. Qui c'è solo un unico, immenso  dolore, che non ci sta dentro a una botte di acciaio e che, come dice Gianni Pulli,  figlio di Luigi, il tempo non potrà mai edulcorare.

Nel primo anniversario della tragedia, il Sindaco di Veglie, Roberto Carlà, diceva: "E' importante che la gente stia accanto alle Istituzioni, ma anche le Istituzioni devono essere accanto alla gente. E' il momento del silenzio, perché il silenzio oggi è più forte di qualsiasi parola"!

Ora è passato troppo tempo;  non ci possono chiedere ancora silenzio: forse è il momento di metterci tutti a gridare, perché le commemorazioni e le medaglie non bastano, si deve vivere; la vita continua e le famiglie delle vittime hanno bisogno di aiuto concreto, subito,  oggi, non di là a venire! Noi, "gli altri", avremo bisogno dei monumenti per ricordare:  per loro sono del tutto superflui!

dania